Dietro un’etichetta rassicurante si nasconde spesso una ricetta diversa, più grassa e più cara, che gioca sulla percezione di salute senza dirti tutto fino in fondo
Mi è capitato davanti allo scaffale dei biscotti. Stesso marchio, stessa confezione quasi identica. Uno normale, l’altro con quella scritta grande: “Senza Zuccheri Aggiunti”. Prezzo? Più alto, circa il 30% in più. Ho girato la confezione, letto gli ingredienti. E lì qualcosa non tornava.

Negli ultimi anni la paura dello zucchero è diventata un motore di marketing potentissimo. Non è una paranoia inventata: il consumo eccessivo di zuccheri semplici è associato a obesità, diabete di tipo 2 e problemi cardiovascolari, come ricordano anche diverse analisi riportate da associazioni come Altroconsumo. Ma tra ridurre davvero lo zucchero e scrivere una frase furba in etichetta, c’è differenza.
Cosa significa davvero “Senza Zuccheri Aggiunti”
Partiamo da qui. La dicitura non significa “senza zuccheri”. Significa che non sono stati aggiunti zuccheri semplici durante la produzione. Ma il prodotto può contenere zuccheri naturalmente presenti negli ingredienti, come quelli della frutta o del latte.
In più, per mantenere sapore e consistenza, qualcosa va messo al posto dello zucchero. E spesso quel qualcosa sono grassi. Non sempre, ma spesso sì. Oli vegetali raffinati, talvolta anche grassi saturi come l’olio di palma o il burro in quantità maggiore rispetto alla versione standard.
Ho confrontato due creme spalmabili qualche mese fa. Quella “normale” aveva più zuccheri. Quella senza zuccheri aggiunti ne aveva meno, certo, ma mostrava un contenuto di grassi più alto. Alla fine le calorie erano quasi identiche, cambiava solo la distribuzione e qui entra il punto che non sempre viene spiegato bene.
Meno zucchero, più grassi: il bilancio che non ti raccontano
Lo zucchero dà dolcezza ma anche struttura. Se lo togli, il prodotto rischia di diventare meno gradevole. L’industria lo sa. Per compensare si lavora su grassi e addensanti.
Non sto dicendo che tutti i prodotti siano “cattivi”. Però bisogna guardare la tabella nutrizionale intera, non solo la frase in grande davanti. A volte il contenuto di grassi saturi sale in modo significativo. E i grassi saturi, secondo le linee guida dell’EFSA, andrebbero limitati perché collegati a un aumento del colesterolo LDL.
Quindi cosa stai scegliendo davvero? Meno zucchero, sì. Ma magari più grassi concentrati. E in termini calorici non cambia quasi niente. Anzi, in certi casi peggiora.
Non è una truffa illegale. È una strategia. Funziona sulla percezione. Vedi “senza” e pensi automaticamente “più sano”. Ma il corpo non legge lo slogan, legge i nutrienti.
Il prezzo della tranquillità apparente
C’è poi il tema del costo. Molti prodotti con questa etichetta costano dal 20 al 30% in più rispetto alla versione classica. Non sempre c’è una reale giustificazione legata a ingredienti più pregiati. Spesso paghi il posizionamento di mercato, l’idea di scelta consapevole.
È un meccanismo psicologico semplice. Se un prodotto sembra migliore per la salute, accetti di pagarlo di più. È successo con il “light”, con il “bio”, con il “senza glutine” anche quando il glutine non è un problema per chi lo compra.
Io stessa ci sono cascato, diverse volte. Per un periodo riempivo il carrello solo di versioni alternative. Poi ho iniziato a leggere davvero le etichette. E mi sono accorta che la differenza era meno netta di quanto pensassi.
A volte la versione normale, consumata con moderazione, aveva un profilo nutrizionale più equilibrato. Ma questa cosa non la capisci al primo sguardo.
Senza Zuccheri Aggiunti: quando ha senso e quando no
Ci sono casi in cui scegliere un prodotto con meno zuccheri può essere utile. Per chi deve controllare la glicemia, ad esempio. Oppure per chi sta cercando di ridurre l’assunzione di zuccheri semplici in modo serio e costante, ma deve essere una scelta esatta e non automatica.
Leggere gli ingredienti è importante: controllare i grassi saturi, guardare le calorie totali e chiedersi se il prodotto è davvero necessario. A volte basterebbe ridurre le quantità invece di cambiare versione.
E poi c’è un’altra cosa che mi ha fatto riflettere. Molti di questi prodotti restano comunque ultra-processati. Cambia la formula, non cambia la natura industriale del cibo.
Alla fine il punto non è demonizzare un’etichetta, è capire cosa c’è dietro. Il marketing alimentare è molto bravo a intercettare le nostre paure, che sia lo zucchero o altro.
Forse la vera domanda non è se comprare o no quella confezione più cara. È se abbiamo davvero bisogno di quel prodotto. Perché a volte, senza accorgercene, paghiamo di più per sentirci più tranquilli. E la tranquillità, quando è solo scritta sopra una scatola, vale poco.





